Il papiro rosso (racconto breve)

Una nostra ormai esperta redattrice, che ha iniziato da tempo la sua collaborazione proprio con alcuni  racconti, ci propone un nuovo testo narrativo breve. Immagini e riflessioni si intrecciano in una emozionante alternanza, fino alla scoperta decisiva che comunque lascia aperto il finale.    

 

Il papiro rosso
(Racconto breve)

 

 

Cosa potrà accadere dopo un’angoscia intramontabile? Paura di non riuscire più a sognare: non so se questa abbia un nome dettato dalla psicologia. Ho finito i fiammiferi, sono nel buio più totale, e solo lo spiraglio di quel lampione là fuori mi fa pensare a come superare la notte. Sogni oscuri richiamano la mia mente, ed è come se fossi inerme su un baratro. Sto in bilico su un mondo che non mi fa vedere il futuro. Vendicare qualcuno non ti aiuta, anzi aumenta lo strepitio imperterrito dei tuoi pensieri e sembra non finire mai,  nemmeno se sei uno scrittore puoi sbizzarrirti dopo tale evento. Le mie pagine sono macchiate di sangue e il mio viso è sudato. Una catasta di libri gialli mi osserva, vuole che io entri in uno di loro, ma la vita non è un libro e spesso sembriamo aprirci a convinzioni troppo in contrasto con la realtà che sopraggiunge. Penso che la vera vita sia quella che ti immagini ma che non raggiungi, e quando compi un’azione che normalmente appartiene a una storia inestimabile essa finisce per essere parte di te. A volte ho desiderato di morire, ma non riesco a immaginarmi come ciò che ho visto e sperimentato. In questo momento nulla potrebbe farmi svagare, né una bevuta né altro. Nemmeno le sigarette sembrano darmi una risposta e i miei segnali di fumo sono come immagini di pugnali che piovono dal cielo. Stringo il mio piccolo quaderno di pelle, con la sua penna stilografica incorporata: le sue pagine sono integre nonostante la pelle un po’ bagnata dalla pioggia là fuori. Ho sempre pensato che la pioggia emetta un suono meraviglioso, una personificazione di tutti noi, una commozione universale. Forse ora inizio a capire come il mondo si senta e come reagisca davanti ai comportamenti umani.

Le mie mani sono fredde e gemono, non so se supereranno questa notte dopo essersi tanto affaticate. Domani andrò alla stazione Galler e cercherò di rifarmi una vita come si rifà un compito dopo averlo sbagliato. Devo mantenere il mio talento, essere impassibile pur avendo la morte davanti agli occhi. Devo osservare, perché chiunque potrebbe indurmi a tentazioni pericolose o volermi sopraffare. A chi mai potrò raccontare quest’incubo? E come? Dovrò raccontare che avevo vent’anni la prima volta che ho visto un corpo dall’aria pallida e smunta, con le labbra blu e un cappotto a rombi, dei baffi insopportabilmente arricciati e un naso sproporzionatamente adunco. Un corpo con un coltello piantato nell’addome e gli occhi bianchi. In questi giorni amari temo di morire affamato o di essere nauseato costantemente. Sogno me stesso vicino al mio cadavere: siamo entrambi sovrastati da una miriade di insetti e vermi e a quel punto mi manca il respiro, mi manca la gioia di quando ero più bambino di adesso e mi manca vivere, perché in un certo senso sono già morto. La mia bici parcheggiata e illuminata da una luce fioca mi suggerisce che è l’alba e mi invita a fare la mia solita passeggiata mattutina, tipica della mia routine. Ma quando vado a prendere la bici questa cade e la mia mano trema. Qualcosa mi dice che potrò ricominciare ma per adesso vado avanti, così che io possa aspettare il mio treno leggendo uno dei miei romanzi italiani che tanto amo.

La prima cosa che farò dopo il viaggio sarà comprare un altro quaderno di pelle più spesso e provare a non impazzire, a credermi ancora un fanciullo innocente che si vendicò per una giusta causa. Mi chiamo Michael Wankoski e ho ucciso un uomo di quarant’anni.

 

Francesca Biancu
Classe 5^ A Liceo Classico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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